SCRITTORInCORSO
  Il lavoro del regista, per come lo considero io, è un grande lavoro sul testo, sulla struttura linguistica dell'autore, su quello che ha scritto. Ho lavorato tanto come regista e mi sono portato dietro alcune cose.




Samuel Beckett
Faccio un esempio: mi viene più facile scrivere di un personaggio partendo dal dialogo. Il personaggio non lo descrivo, come sia lui si desume dopo, da come ha parlato. Questo è un modo di scrivere assolutamente teatrale. Ecco perché i dialoghi hanno un certo valore nei miei libri.

[ BIBLIOGRAFIA - Gli arancini di Montalbano]
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Ho avuto una frequentazione quarantennale o quasi di Shakespeare, di Checov, e questo ha influito sicuramente sulla mia scrittura, perché se hai ricevuto tante e tali lezioni e poi non scrivi in un certo modo sei proprio un idiota.


 
La scrittura non tanto di capitoli tradizionali quanto di sequenze e una certa velocità dell'immagine mi vengono invece dall'esperienza televisiva. Con la televisione ho imparato anche il meccanismo del giallo producendo le serie del commissario Maigret. Allora ebbi la fortuna di lavorare con un grande commediografo qual era Diego Fabbri, lo sceneggiatore. Quando Diego Fabbri doveva sceneggiare degli episodi, comprava tre o quattro libri e poi li rompeva materialmente a gruppi di pagine, li destrutturava per rimontarli in un altro modo, televisivamente, e scriveva le scene di raccordo. Seguendolo passo passo io mi sono accorto di che cos'era la tecnica di Simenon. Ho appreso come si porta l'attenzione fino a un certo punto, in che momento bisogna seminare degli indizi. È un debito grosso che io ho con Simenon.

[ LA SCOMPARSA DI PATÒ ]



   Regista televisivo con Carlo Giuffrè

Sono stato il primo in assoluto in Italia a fare Beckett in teatro. Nel 1958 ho messo in scena Finale di partita. L'ho fatto poi in televisione con Adolfo Celi e Renato Rascel, l'ho rifatto di nuovo in teatro, e poi alla radio. Un testo studiato, sviscerato, di un autore che ho sentito sempre congeniale.





In un teatro all'aperto,
in attesa dell'inizio delle prove (Foto di Angelo Pitrone)
Ho lavorato tantissimo su Pirandello: dalla Favola del figlio cambiato a I giganti della montagna, ai Sei personaggi in cerca d'autore, che ho fatto con allievi e attori inglesi e russi, ognuno nella propria lingua. Quando feci La favola destinata ai Giganti, che era un tentativo di mettere assieme I giganti della montagna e La favola del figlio cambiato, Giorgio Prosperi, l'ultimo dei grandi critici italiani, sul "Tempo" scrisse: "Camilleri, per il suo lungo studio su Pirandello, le sue messe in scena pirandelliane, il fatto che è conterraneo di Pirandello, è l'unico regista in Italia che possa dargli del tu". Io lo ringraziai commosso e dissi: "Guardi, Pirandello io l'ho visto una sola volta in vita mia quando avevo dieci anni e se dovessi rincontrarlo gli darei del vossia, anzi gli darei del voscenza, che da noi significa vostra eccellenza. Mai gli darei del tu".

[ BIOGRAFIA ]    

Di Majakovskij ho messo in scena i poemi, in uno spettacolo che ebbe molto successo e che andò in tournée in tutto il Sudamerica. Era una sorta di esaltazione del corpo dell'uomo. La forza che aveva Majakovskij era di trasmettere attraverso il movimento. Non c'era scenografia, c'erano solo trenta ragazzi in scena.