SCRITTORInCORSO
  Sono nato a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, e il dialetto l'ho molto frequentato. La lingua che uso nei miei libri non è la trascrizione del dialetto siciliano. È una reinvenzione del dialetto ed è il recupero di una certa quantità di parole contadine, che si sono perse nel tempo. Cataminarisi ("muoversi"), per esempio, non viene adoperata nel linguaggio piccolo borghese che era il nostro: era linguaggio contadino.




Luigi Pirandello
Tante cose del linguaggio contadino io le immetto all'interno del mio linguaggio, della mia scrittura. E questa è una lezione che ho appreso da Pirandello. Nella sua meravigliosa traduzione del Ciclope di Euripide in dialetto siciliano Pirandello fa un'operazione strepitosa che è quella di usare due livelli di dialetto: uno è il livello contadino del Ciclope, presentato proprio come un massaro: "Chiove, figlio mio; me ne fotto". E l'altro è il linguaggio di Ulisse, che ha viaggiato, ha fatto il militare a Cuneo come direbbe Totò, e quindi parla così: "Scussate, non vorrei distrubbare ma...". Ecco: questa è stata una lezione per me fortissima; in sostanza, Catarella ha fatto il militare a Cuneo.

[ BIBLIOGRAFIA - La mossa del cavallo ]
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Quando andai all'Accademia nazionale di arte drammatica, nel 1949, dal momento che lì ti richiamavano al dovere della pronunzia italiana, e quindi del totale ragionare in italiano, io mi resi conto che in realtà traducevo dal siciliano. Una traduzione di necessità limitativa, e dire che l'italiano lo conoscevo bene, ma rispetto a come conosco il siciliano, era come parlare in inglese. Certe sfumature, certe cose mi sfuggivano.


 
  Io ho cominciato presto a scrivere: a vent'anni venni pubblicato in un'antologia di poeti scelti da Ungaretti. Scrivevo anche raccontini, che mi pubblicavano "L'Italia socialista" e "L'ora" di Palermo, e scrivevo in italiano. Ma nel momento in cui ho cercato di scrivere qualche cosa di più complesso non ce la facevo: alla sesta pagina non mi tornava più il tono, le cose non legavano, non era una voce mia.

[ BIOGRAFIA ]

Ne La Scomparsa di Patò invece scrivo in italiano, ma è l'italiano di due persone di non molta cultura alla fine dell'Ottocento, quindi è un italiano un po' pietroso, un po' terremotato. Insomma, anche quello è un gran divertimento.





Camilleri alla macchina da scrivere
Ecco, il problema è stato l'individuazione di una voce mia. E l'ho scoperta del tutto casualmente: raccontai a mio padre una cosa molto buffa che era accaduta in uno studio televisivo e mio padre rise molto. Poi tornò mia madre e mio padre le disse: "Andrea ha raccontato una cosa, guarda, che è successa oggi nello studio" e cominciò a raccontarla. Poi si fermò e disse: "Raccontagliela tu, perchè tu gliela racconti meglio di me"; e allora io gli chiesi: "In che senso gliela racconto meglio?". Così scoprii che per raccontare adoperavo senza saperlo parole italiane e parole in dialetto, e quando avevo bisogno di un grado superiore di espressività ricorrevo al dialetto. Tutta la mia scrittura che è venuta dopo è una elaborazione di questa elementare scoperta avvenuta allora.

[ BIBLIOGRAFIA - Il gioco della mosca ]

Quando scrivo un articolo per un giornale devo limitarmi, e non ho quella sorta di felicità narrativa che mi viene dalla libertà di dire: "Ora adopero questa parola che mi rende di più".